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Storia di Cisterna e degli antichi insediamenti presenti nel territorio

CISTERNA 

L’abitato di Cisterna nacque come domusculta nell’alto medioevo, precisamente verso l’VIII sec. Il nome dell’abitato deriva da una cisterna d’acqua di cui ancora oggi possiamo ammirare le vestigia nel Palazzo (anticamente detto Castello) Caetani, costruito proprio sulla cisterna. Il territorio in cui sorse la domusculta era però già abitato precedentemente, sia in epoca romana che volsca; oltre alla famosa Tres Tabernae, nel territorio si trovava anche l’isediamento di Ad Sponsa, oggi testimoniato dal Mausoleo di Agrippina, un monumento funebre ancora visibile in Via Bufolareccia. C’erano poi Ulubrae e Suessa Pometia, città dei Volsci fondate molto prima di Roma. I romani pontefici promossero la diffusione delle domuscultae per arginare la crisi dei rifornimenti della città di Roma. D’altro canto questi insediamenti costituivano un incentivo per sfruttare i campi adiacenti le Paludi Pontine. Dopo la distruzione della città di Tre Taverne, avvenuta ad opera dei saraceni nell'868, i tretavernesi si trasferirono in quella domusculta. In quegli anni l'Appia Antica era caduta in disuso e l'unica strada di collegamento tra Roma e Napoli era la Pedemontana. Dunque i traffici dal Sud al Centro-Nord passavano per il "luogo della cisterna" e quindi i commerci erano piuttosto proficui. Nel 967 i conti di Tuscolo si impadronirono del Lazio meridionale con la politica del "papato di famiglia". Sostanzialmente regolavano l'elezione pontificia a loro piacimento, ottenendo dal futuro pontefice benefici illimitati. Proprio nel 967 si inizia a parlare di un "casale cisternae", ossia un "casale della cisterna", esistente nell'antico "luogo della cisterna". Nel 1112 papa Pasquale II sostò a Cisterna e questa data costituì per la nostra città una svolta. Per la prima volta Cisterna fu citata come "castrum", ossia castello, la fortezza dei potenti conti di Tuscolo. Nel 1112 Cisterna entrò dunque, per la prima volta, nella storia medievale, segnando il destino del mezzogiorno Lazio. Nel 1146 terminò il dominio dei conti di Tuscolo su Cisterna e i Frangipane acquisirono il castello di Cisterna coi suoi pochi abitanti, servi legati al feudo. Da quella data resero Cisterna un borgo medievale efficiente, fortificandolo e dotandolo di un'inespugnabile rocca, l'attuale Torre Frangipane, ben visibile in Piazza XIX Marzo, costruita con la selce della distrutta Appia Antica. Nel 1159, dopo essersi schierata con papa Alessandro III, che fu incoronato a Ninfa, Cisterna fu distrutta dall’imperatore Federico Barbarossa.

Possiamo leggere il nome dell'arciprete della Collegiata di S.Maria Assunta di Cisterna (che forse si trovava proprio dov’è adesso, anche se la Ployer Mione ha ipotizzato che si trovasse nell’attuale Cisterna Vecchia) nel 1162. Il suo nome era Egidio. Il 23 marzo 1162, infatti, Oddone Frangipane, Signore di Cisterna, donò alla chiesa di S.Maria Nuova (attuale chiesa di S.Francesca Romana) di Roma, dei terreni in località Molella, presso Cisterna. In quel documento si cita, oltre a interessantissimi nomi di ricchi proprietari terrieri cisternesi del XII sec., anche la chiesa di S.Maria di Cisterna col suo arciprete:

Nos quidem Egidius Sanctae Mariae de Cisterna Archipresbiter et Silvester et Bobacianus fideicommissarii Johannis Andreae de Cisterna

Stephanus Sanctae Mariae de Cisterna Subdiaconus

Bardanus de Cisterna

Petrus Cosalone de Cisterna

Johannes Bartholomei de Cisterna

Ego quidem Marcus castri de Cisterna habitator propria mea bona voluntate
rogo fieri cartam [...]

Giovanni di Gerardo di Cisterna, abitante di Cisterna, cedette ad Ugone, priore di S.Maria Nova, un pezzo di territorio cisternese "ubi dicitur Molella".

Ma la scoperta senza dubbio più sorprendente è che l'arciprete di S.Maria di Cisterna aveva avuto una moglie, la cisternese Bella Massimi, che il 5 luglio 1180, alla morte del defunto "marito", vendette a Teobaldo Pazzo un terreno vignato nel territorio cisternese:

In Nomine Domini. Anno XXI pontificatus Alexandri pape III, mense iulii, die V., indictione XIII. Ego Bella Maximi de Archipresbitero olim uxor, meo proprio velle, vendidi tibi Theobaldo Pazo unum vinealeam positum in Cisternensi territorio ad stradam [...]

Altre persone cisternesi del XII secolo, di cui si parla nei documenti trascritti dalla Società Romana di Storia Patria:
Il 23 maggio 1175 compare su un atto notarile il seguente cisternese:

Iohannes Litolfi de Cisterna

L'8 aprile 1196 compaiono su un atto notarile i seguenti:

Clemens de Iohanne de Burga de Cisterna

Belledruda Cinthii de Corello de Cisterna

Ancora nel 1194 si trovano:

Bartholomeus Ocdonis Bonihominis de Cisterna

Petrus Birrozza de Cisterna

 I Frangipane ricostruirono Cisterna, ma la città fu distrutta una seconda volta nel 1328 dalle truppe di Ludovico il Bavaro e non fu più abitata per quasi due secoli. Il feudo passò però di mano in mano finché, nel 1504, papa Giulio II della Rovere non lo affidò ai Caetani, che possono essere considerati i veri fondatori della Cisterna che conosciamo oggi. Essi rimodernarono la rocca facendola divenire un castello di ottime fattezze; costruirono le chiese e il convento di S.Antonio fuori le mura e rimodernarono l’impianto dell’abitato. Cisterna Vecchia è ciò che rimane delle architetture del Cinquecento. I secoli successivi trascorsero tra i tentativi di bonifica del pontefice Pio VI, l’occupazione francese e il brigantaggio del XIX secolo. Con l’annessione al Regno d’Italia Cisterna mutò il suo nome in Cisterna di Roma, poiché prima della fondazione di Littoria ricadeva nella provincia della Capitale. Nel 1890 i butteri cisternesi lasciarono un segno indelebile nella storia. In quell’anno, infatti, Buffalo Bill era a Roma col suo circo di cowboy e sfidò gli italiani a domare i cavalli americani. Il buttero cisternese Augusto Imperiali raccolse la sfida, riuscendo a domare il cavallo ed entrando così nella leggenda. Buffalo Bill rimase così offeso per la sconfitta, che abbandonò l'Italia in fretta. Nel 1944 gli eventi bellici causarono la completa distruzione di Cisterna, che subì danni irreversibili. Dei monumenti visibili prima della II Guerra Mondiale rimangono oggi una porzione del Palazzo Caetani, il convento-mulino di S.Antonio, la struttura della chiesa di S.Maria Assunta in Cielo e alcune case del centro storico.   

Convento di Sant’Antonio

Inizia nel 1568 la storia di questo importante edificio della nostra città, grazie a Bonifacio Caetani, il Duca che si può considerare l'architetto della Cisterna tardo cinquecentesca. Il Duca volle edificare il monastero fuori le mura della città (della quale pubblicheremo una carta catastale del XIX secolo), le costruzioni comprendevano una chiesa con annesso convento consacrati a Sant'Antonio Abate. Fino al XVIII il monastero fu custodito da undici frati dell'ordine dei francescani. Essi, in seguito a discussioni con l'allora Duca in merito a questioni di derrate di grano, abbandonarono il convento per protesta. Il Duca cercò in un primo momento di insediarvi nuovi monastici, purtroppo senza successo, così decise di convertire il convento in un magazzino per granaglie prima e in un vero e proprio mulino poi. Il mulino fu poi ampliato con nuove strutture ed edifici, fu meccanizzato, ed è giunto fino ai giorni nostri molto rimaneggiato e modificato, nonché pericolante visti i tanti anni di inattività.

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Ma i Duchi Caetani nei due secoli in cui il convento esercitò la propria attività, si adoperarono per abbellirlo e decorarlo. La chiesa e il chiostro-porticato furono affrescati dal famoso affrescatore sermonetano Girolamo Siciolante e dal Francese Duperac. Ancora oggi nonostante i rimaneggiamenti e le imbiancature, l'edificio è rimasto intatto anche se nascosto sotto le nuove costruzioni, e gli affreschi con lui, ancora si possono vedere affiorare dagli intonaci i volti di santi e il ciclo di San Francesco rappresentato nel chiostro-porticato. Pensate che la chiesa di Sant'Antonio Abate è l'unica chiesa antica rimasta in piedi a Cisterna dopo la distruzione della guerra. Sotto l'edificio è presente una cripta che anticamente accoglieva i corpi dei frati che si facevano lì seppellire. Dopo la riconversione del convento in molino le preziose opere che conteneva furono sparse in giro nel territorio; L'altare maggiore oggi fa da altare alla chiesa di San Paolo a Tor Tre Ponti, è possibile ammirare i suoi marmi recandosi nella chiesa settecentesca e leggendo la targa in ricordo della donazione. Alcune tavole che ornavano gli altari sono stati trasportati in chiese di Sermoneta, come una delle due campane, la seconda invece è finita prima a Ninfa, e poi se ne sono perse le tracce. E' fresca invece la notizia del ritrovamento di un trittico proveniente dalla chiesa di Sant'Antonio negli scantinati del palazzo romano dei Caetani. Inoltre nella chiesa di Olmobello è conservata una statuetta in legno di San Francesco appartenente al monastero. ancora una volta una storia importantissima al centro di Cisterna, che merita la giusta attenzione e il rispetto di tutti i cittadini.

T RE TAVERNE 

La stazione romana di Tres Tabernae sorse nel I sec. a.C.; alcuni affermano che la sua fondazione risalirebbe precisamente al 15 a.C. Prese il nome dalle tre taverne che fungevano da ristoro per i viaggiatori che si incamminavano da Napoli verso Roma o viceversa. Si trovava circa a 33 miglia romane dalla Città Eterna. Vi passò San Paolo nel 62 d.C., poco prima di essere decapitato a Roma. Là, dicono gli Atti degli Apostoli (28,14-16), i fratelli di Roma gli vennero incontro ed egli prese coraggio. Tre Taverne divenne una fiorente città e, dopo l’editto di Milano, si dotò di una grande basilica dedicata all’Apostolo Paolo, ergendosi a sede episcopale. Forse Tres Tabernae fu la patria di una delle più antiche comunità cristiane della Pianura Pontina. La serie dei vescovi di Tres Tabernae è la seguente:

Felice (313)
Lucifero (465)
Decio (487 - 499)
Parvo (762)
Pino (769)
Leonino (826)
Anastasio (853)
Giovanni (868)

Nell’868 i saraceni distrussero l’abitato e una parte dei tretavernesi si insediò nella neonata Cisterna, dove sorgeva una domusculta

NINFA

La città di Ninfa sorse probabilmente in epoca per opera dei Volsci, quando sulla piccola penisola che si protrae verso l'omonimo lago, ai piedi dei Monti Lepini, fu costruito un primitivo villaggio. La fortuna di Ninfa arrivò nel Medioevo quando l'impaludamento della Via Appia costrinse a deviare i traffici verso il Meridione, lungo la strada pedemontana. Ninfa diventò un comune autonomo e ricco, capace di difendersi dagli assalti dei vicini Sezze e Sermoneta. La sua posizione in pianura, con la presenza del lago e la lontananza dalla palude, le regalavano un clima mite e salubre, soprattutto d'inverno. La città fu feudo dei Caetani, che verso la fine del XIII secolo realizzarono il castello e la poderosa torre. Nel settembre del 1159 papa Alessandro III, inseguito dall’imperatore Federico Barbarossa, contrario alla sua elezione, si rifugiò a Ninfa e nella Basilica di Santa Maria Maggiore fu incoronato. Il Barbarossa, per vendetta, distrusse Ninfa. Gli abitanti, però, ritornarono e ricostruirono l’abito forti della protezione dei Caetani. L'espansione delle paludi fu però fatale per Ninfa, che, a partire dal XIV secolo, subì un lento ma inarrestabile declino. La sua popolazione fu decimata dalla malaria e nel XVI secolo fu definitivamente abbandonata; una parte della popolazione si stabilì a Cisterna. Oggi Ninfa è sede di un’oasi di proprietà della Fondazione Roffredo Caetani Onlus.

TIBERIA - SANT’ELEUTERIO - CASTELLONE - MARMOSOLIO 

Ormai è più che certo che l'imperatore romano Tiberio aveva nel nostro territorio la sua villa più grande e fastosa, precisamente nella località oggi chiamata Tivera, che porta il nome dell'imperatore. Tiberio aveva fatto costruire una strada appositamente per raggiungerla, che partiva dall'antica via Appia e la strada ritrovata nel quartiere San Valentino andrebbe proprio nella direzione dell'antica villa. La villa con i secoli si trasformò in una comunità e divenne una città col nome di Tiberia, insediamento di cui si hanno notizie nel medioevo; Papa Zaccaria fu coinvolto nella compravendita di Tiberia e Ninfa con l'impero Bizantino.

Nei pressi di Tiberia c'era un monastero diretto da un abate-eremita benedettino, tale Benedetto, consacrato a Sant'Eleuterio di Costantinopoli e a San Romano. Fu fondato nell’VIII sec., quando alcuni frati cattolici portarono via il corpo di Sant’Eleuterio da Costantinopoli, che all’epoca era nel turbine dell’iconoclastia (movimento che distruggeva immagini religiose e reliquie). Il santo costantinopolitano rimase sepolto nel monastero, assieme ad Anastasio, venerabile confessore e San Ponziano Papa fino al XII sec.. Un documento dell’epoca, pubblicato nel libro "I principi di Troia", racconta di come le spoglie dei santi furono trafugate nel XII secolo da alcuni frati di Troia, una città pugliese che tutt’oggi ha come patroni proprio i santi tumulati a Tiberia. Questi frati trafugarono le spoglie dei santi e distrussero il monastero incendiandolo; i resti del monastero erano ancora visibili fino alla totale distruzione operata negli anni ’90 del XX sec. Tiberia fu abbandonata progressivamente nel XVI sec., ma ancora oggi si trovano molte testimonianze di questa storica città, amata da papa Pasquale II, che adorava passare il tempo a Tiberia mangiando nell'antico bosco di San Biagio (di cui rimane oggi solo il conosciuto "Filetto di Sbardella"). Il bosco di San biagio era motivo di vanto per i Caetani; si racconta che nel 1589 Onorato IV Caetani vi accolse Papa Sisto V e vi compì una grandiosa caccia, seguita da un banchetto, dove fece sgorgare il vino dalle querce come acqua dalle fontane. Ci sono ancora vestigia dell'antica e ambita città di Tiberia proprio nel bosco detto il "Filetto". Nel fitto bosco furono rinvenute due colonne quadrate in pietra; nascosto dalla vegetazione c'è un antico pozzo realizzato con pietre a incastro e vario pietrame si può scorgere in mezzo agli alberi.

Poco ad est di Tiberia e S.Eleuterio si può notare una collinetta, dove un tempo sorgeva il Castellone, un insediamento romano forse voluto dallo stesso Tiberio. Nella collina si possono notare delle grotte, forse scavate a mano.

Tra Norma, Ninfa e Tiberia, precisamente nel quarto della Vaccareccia, si trovava il monastero di S.Maria del Marmosolio, nato come Santo Stefano Nuovo in Colle Cisternae, abitato in origine dai benedettini. Era stato fondato intorno all’anno 1000. La prima comunità era formata da trenta monaci più dieci conversi. Nel 1154 il cardinale Ugone, vescovo di Ostia e Velletri, lo donò ai monaci cistercensi, che lo tennero fino al 1422. Fu abbandonato poiché si trovava in locus agrestis et aspera solitudo.

BASILICA DI S.ANDREA IN SILICE SEU ARENATA - CASTRUM VETUS - CASTRUM NOVUS

Da una pubblicazione del 1926 ad opera di Oreste Nardini (associazione veliterna di archeologia storia e arte), si evince che ancora erano ben visibili i ruderi dell'antica chiesa, che si incontrava proprio in località "Le Castella" (Castrum vetus e Castrum novum), all'incrocio tra la via Appia antica e quella nuova. La basilica di Sant'Andrea in Silice si trovava indicativamente prima dell'odierna chiesa a Le Castella, appena passato il semaforo sulla destra. La basilica risale probabilmente al V secolo o addirittura a un periodo antecedente; probabilmente era sede vescovile, questo è attestato da un epistola di Papa Gregorio Magno indirizzata a Giovanni vescovo di Velletri nel 591-592, dove gli dice di spostare la diocesi in città a Velletri. Il nome "in Silice" deriva dal fatto che la chiesa si trovava nei pressi del selciato della via Appia antica, ed è probabile che fosse intitolata a Santi Andrea e Pietro Apostoli. Nel 795 Papa Adriano I vi eseguì dei restauri, ampliò la chiesa, restaurò il battistero, e vi aggiunse delle decorazioni. Altre testimonianze si hanno nel 989 quando Giovanni che era l'Abate di Sant'Andrea in Silice, e Crescenzio dei conti di Tuscolo donano la chiesa e il terreno a Alberigo Abate. Nel 1201 Papa Innocenzo dona la chiesa e i possedimenti alla Basilica di San Giovanni in Laterano di Roma.

Già nel 1926 dell'antica chiesa restavano l'abside semicircolare con un diametro di 7.5 m, edificata con scaglie di selce provenienti dai basalti della via Appia antica, aveva cinque finestroni ed era adibita a ricovero. Nel 1900 si fecero degli scavi proprio sotto l'antica chiesa e si rinvennero i pilastri in muratura, che sorreggevano le volte e che dividevano la chiesa in tre navate (navatella di sinistra, navata centrale, navatella di destra), poi 2 metri più giù si scoprì l'antico pavimento a scomparti geometrici, decorato con antiche epigrafi romane certamente asportate dai monumenti sulla vicina Appia, un prezioso bassorilievo e capitelli, marmi, decorazioni, il tutto rinvenuto nella sola navatella di destra. La chiesa era lunga ben 42 m senza l'abside, e alta 5.10 m. Questi ritrovamenti vennero in parte murati nell'antico casale attiguo alla chiesa, in parte portati al museo civico (probabilmente a Velletri), e il prezioso bassorilievo arcaico donato al Museo Nazionale Romano alle Terme Diocleziane. In più il proprietario dell'epoca On.le Fiamingo portò nella sua casa di Roma due titoletti sepolcrali rinvenuti presso l'abside della chiesa.
La basilica di Sant'Andrea in Silice era una chiesa importantissima, per la sua storia e la sua antichità, un valore immenso nel nostro territorio. Le ultime vestigia della chiesa sono arrivate fino a circa 20-30 anni fa, era ancora in piedi l'abside semicircolare della chiesa e pochi altri resti, ora tutto è coperto da una colata di cemento, un'altra traccia della nostra grandiosa storia ricoperta perduta per sempre, ma per fortuna rimane nelle nostre memorie dove il cemento ancora non arriva.

TORRECCHIA VECCHIA

Torrecchia vecchia si trova a nord nel territorio di Cisterna, è una vasta proprietà immersa nei boschi, pochi sanno della sua esistenza, e pochissimi conoscono che cosa in realtà si trovi lì. Nelle foto che abbiamo aggiunto potete averne solo un assaggio. Ma qual è la storia di questo luogo? Il primo apparire di Torrecchia viene individuato nell'anno 1101; negli anni dal 1262 al 1264, risulta di proprietà della famiglia Frangipane; nel 1386 possedimento dei Conti, la cui casata lo tenne fino a tutto il sec. XVI, eccezion fatta per il periodo in cui fu dei Caetani. Torrecchia infatti, agli inizi del sec. XV, risulta in mano ai Caetani che l'avrebebro acquisita sotto il pontificato di Giovanni XXIII loro protettore. Durante il sec. XVII Torrecchia decadde. Passò in mano ai Borghese e ai Toruzzi di Velletri, che vendettero ai Borgia , e poi al cardinal Marzio Ginnetti. Comunque nel sec XX quanto restava di Torrecchia venne venduto dai Borghese alla famiglia Sbardella. Questa vi costituì l'azienda agricola di Torrecchia nuova, mentre i ruderi dell'antico castrum (Torrecchia vecchia) fecero parte del territorio ceduto al principe Caracciolo. Del castello di Torecchia vecchia esistono i resti ben conservati della solida torre quadrata con base a scarpa e parti consistenti di spesse mura con porta d'ingresso ad arco. Da tali resti si rileva che l'edificio fu costruito in due tempi successivi. In esso, infatti, sussistono due tipi di muratura, quello tipico delle tecniche costruttive medievali fatto con blocchi di tufo e uno composto di schegge di selce e malta grigio scura. Poi si trovano vari edifici abbandonati e divenuti ruderi, tra cui un'antica chiesa e grotte. Tutto il luogo è immerso nel grande bosco che confina con il lago di Giuglianello. Il castello è circondato da un giardino bellissimo, quasi quanto quello di Ninfa, con laghetti con ninfee, ruscelli, e piante pregiate. Tutta la proprietà era del principe Caracciolo, che è scomparso poco tempo fa. Su Wikipedia è scritto che ora tutto il fondo è di proprietà del comune di Cisterna, che vi sarebbe passato direttamente con la morte del suddetto principe. Ma non so quanto la cosa sia attendibile. E' sicuro che la fondazione Roffredo Caetani che oggi gestisce i giardini di Ninfa, voglia prendere la gestione anche di questo bellissimo tesoro che si trova nel comune di Cisterna, e che è sconosciuto alla maggior parte dei cittadini. Speriamo che un giorno i già detti cittadini possano godere anche di questa preziosa parte del loro territorio e della loro storia, e non sia più una proprietà privata e nascosta a tutti. Quello che è riportato in questo argomento è stato preso dal libro: "Il sentiero delle fortificazioni dall'Astura al Garigliano"

 

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ULUBRAE

L'insediamento di Ulubrae (pagus) può essere fatto risalire all'età arcaica, perchè già iscritto nella tribù Pomptina. Ma solo dalla seconda metà del I secolo a.C. il piccolo centro diventa Municipium e inizia ad acquisire importanza. L'insediamento detto oppidum ovvero castello, era molto piccolo e alcuni funzionari romani vi tenevano le loro ville, invitando scrittori dell'epoca quali Cicerone, Orazio ecc. L'ubicazione di Ulubrae non è mai stata chiarita perfettamente, Plinio la indica proprio nelle paludi pontine, sicuramente si trovava nelle terre tra Cisterna e Sermoneta, alcuni la fanno coincidere con Giulianello o comunque vicino al lago omonimo. Altri la situano nella località detta "il Castellone" nei pressi della via Tivera aldilà del torrente teppia, su un colle dalla sommità livellata. Il fatto è che ci sono poche notizie, e insufficienti ritrovamenti archeologici. Il ritrovamento di alcune epigrafi è documentato da alcuni storici anche recenti (P. Brandizzi Vittucci "Cora", S. Panciera "Miscellanea storico-epigrafica" ecc.), una epigrafe è stata trovata nel comune di Cori a 3 Km dal castellone, mentre le altre sono state trovate nei pressi del castellone e vicino le antiche strade di collegamento, che ci fa ritenere quasi certa l'ubicazione di Ulubrae proprio sul castellone. Il livellamento del colle avrà forse cancellato molte tracce del passato, ma la posizione ai piedi dei Lepini, la protezione del torrente Teppia, e la vicinanza all'antica via Consolare, vanno a favore dell'ipotesi.

"Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est: est Ulubris, animus si te non deficit aequus" Ecco che una tremenda stanchezza ci affatica; inseguiamo la felicità andando su navi e correndo su quadrighe, ma, se ben rifletti, quel che tu cerchi è qui: è ad Ulubre. Questa è una lettera mandata da Orazio ad un suo amico. Inoltre proprio ad Ulubre (desertissimus vicus) trascorse la sua giovinezza Augusto che si ritiene nato a Velletri. Cicerone scrive ad Attalo dicendo che arrivando ad Ulubre è stato accolto dal gracidare delle rane, e che ormai quel suono gli è diventato familiare. Epigrafi e statue ritrovate sono ora nel cortile del Castello di Sermoneta, al comando della base aeronautica di Borgo Piave, e fuori la biblioteca comunale di Latina. Giovenale ordina ad un Edile di gettare i vasi di poco conto nella spopolata Ulubrae, e proprio nei pressi di Doganella Padre Annibale Saggi documenta il ritrovamento di un edificio religioso pieno di ex-voto con mani e piedi di terracotta (A.G.Saggi "Ninfa nella storia, nel folklore, nella leggenda"). A Ulubrae erano inoltre presenti templi dedicati a Roma, ad Augusto, a Bacco. Il territorio controllato dal Municipium di Ulubrae, a seguito della riorganizzazione territoriale operata dall'impero, era vastissimo, non essendo più occupato da città come Suessa Pometia e Satricum.

 Alla fine del II secolo d.C. non si hanno più notizie del piccolo centro, e contemporaneamente però cresce d'importanza un altro centro che diviene poi importantissimo: Tres Tabernae, che già dal nome può farci capire che inizialmente era una piccola stazione di posta, sotto la giurisdizione di Ulubrae. Come uno scalo sull'Appia che allora rivestiva importanza per gli intensi traffici commerciali con il sud dell'impero. Probabilmente la vicinanza con l'Appia, e forse le peggiorate condizioni climatiche, spinsero gli ulubresi a popolare la vicina Tres Tabernae, e abbandonare per sempre Ulubrae. Ultima curiosità: nel "Liber Coloniarum" si attesta un'assegnazione agraria nel territorio di Ulubrae in nome di Druso, figlio di Tiberio, cioè proprio l'imperatore che costruì la sua villa a Cisterna ove poi si sviluppò la città Tiberia, vicino la via Tivera (che ne porta il nome). Tiberio tra l'altro era il successore di Augusto, e Druso era suo pronipote, vi è dunque un legame tra L'imperatore Augusto che trascorse ad Ulubrae la sua giovinezza, e le successive acquisizioni dei suoi parenti e successori. 

 
 
 
 
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