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Statuto della Terra di Cisterna (1603)

Estratto dalla tesi di laurea di Lorenzo Frison

La Terra di Cisterna faceva parte dello stato di Sermoneta, feudo della famiglia Caetani e ne rappresentava la fonte delle maggiori entrate; per questo nella metà del 1500 divenne un importante centro amministrativo. Il terreno era fertile, cosparso di boschi che costituivano una fonte di guadagno e favorì uno sviluppo che generò un cospicuo incremento della popolazione (da 1233 abitanti nel 1656, a 1780 abitanti nel 1701[1]). Cisterna faceva parte della diocesi di Velletri e tutto il territorio apparteneva al Duca Caetani, che ne concedeva in affitto alcuni appezzamenti vignati detti “quartarelle” (una quartarella equivale a mq 2310,45); tra il 1617 e il 1699 il numero di affittuari sale da 73 a 324[2]. I beni assegnati ai cisternesi esclusi dall’affitto erano Cerciabella, Femmina morta, Colle di Cisterna e Cupraro. Lo Statuto della Terra di Cisterna del 1603[3] fu redatto da quello di Sermoneta del 1504, promulgato ad opera di Guglielmo Caetani, affidato a Maurizio Boccarini di Amelia. Lo Statuto era un insieme di norme essenziali alla vita nello stato e si divideva in cinque libri: I) ordinamento della città, II) diritto e procedura civile, III) diritto e procedura penale, IV) norme commerciali, igieniche ecc., V) difesa dei campi e danni arrecati. Comprendeva inoltre un decreto in cui si attestava che la nomina degli ufficiali e sottufficiali e quella dei priori spettava al Duca Caetani. Il nostro Statuto era completamente dato dal “signore”, stilato senza la collaborazione di organismi espressione del popolo. Vi si trovavano consuetudini romane, attaccamento alla tradizione e ispirazione religiosa. Il Capitano era preposto all’esercizio del potere giudiziario, come nel meridione. In caso di lacuna legislativa, lo Statuto prevedeva il giudizio di un reato per analogia con uno precedente o il ricorso all’ arbitrium:”Alhora sia punito ad arbitrio nostro, et de nostri successori, ò nostro luogotenente”.

Il diritto pubblico

L’insediamento urbano era diviso in dodici decarcie[4] o contrade con funzione amministrativa, sulle quali si fondava l’ordinamento militare e l’elezione delle carriere pubbliche; secondo il De ricusanti officii civili, capitolo XII, nessuno poteva rifiutarsi di assumere l’ufficio di una causa pubblica, altrimenti era sottoposto a pene pecuniarie. Il Signore era il capo della città-stato e la amministrava attraverso due organi: la Corte (Curia) e il Consiglio. La Corte era composta dal Capitano (carica suprema nominato dal Signore che durava 6 mesi), due esecutori (eletti dal signore), un notaio (cancelliere). Compiti del Capitano erano: sollevare dall’oppressione le vedove, i fanciulli e i poveri, portare a termine le cause entro brevi termini, proibire le esazioni illecite e astenersi dal ricevere doni; in caso contrario la pena era di 50 libre. Il Capitano doveva presentarsi alle udienze, definire le cause di valore fino a 50 libre e, alla fine del mandato, doveva rispondere del suo operato al sindacato. Qualsiasi cittadino poteva deporre contro il Capitano se riteneva di aver ricevuto dei torti da lui. Il Consiglio era composto da dodici consiglieri, uno per ogni decarcia, nominati dal signore e rimanevano in carica 6 mesi. Alla fine eleggevano quattro probiviri che a loro volta ne eleggevano venti (due per ogni decarcia) tra i quali il signore ne sceglieva 12. I consiglieri eleggevano due sindici che difendevano i diritti dei cittadini (vedove, orfani, poveri, chiese e ospedali). Eleggevano inoltre i custodi dei campi, i decancieri, gli acquaroli, i soprastanti, i paceri, i vistalieri e i lattaroli. L’erario era nominato dal signore e si occupava di gestire le entrate e le uscite riguardanti il risarcimento di danni e delitti. Gli acquaroli si occupavano di manutenzione del corso delle acque, strade, confini ecc. I paceri sedavano le risse sorvegliando la pace pubblica. I soprastanti effettuavano controlli sui commercianti e i venditori, applicando se necessario multe e sanzioni. I decancieri o caporioni, uno per ogni decarcia, si occupavano delle esigenze di pubblica utilità. Il mandatario aveva il compito di pubblico ufficiale e banditore, notificava le citazioni riferendole al Capitano, collaborava con gli esecutori e con lo stesso Capitano nell’esecuzione delle sentenze, rendeva pubblici i provvedimenti emessi dal Capitano nella città e fuori e riceveva multe per ogni negligenza.

Il diritto processuale civile.

Norme per amministrare la giustizia, il Capitano attribuiva eventualmente avvocati e procuratori, le liti tra consanguinei erano costrette al compromesso per evitare scandali. A seconda della gravità della sentenza, si pagavano diverse ammende pecuniarie, e se il “processo” si allungava, e il convenuto non compariva alle udienze, ammetteva implicitamente la propria colpa e soccombeva. Stessa cosa succedeva a chi non faceva giuramento per dichiarare le proprie ragioni. Un mandatario consegnava l’atto di citazione nelle mani del convenuto o di un suo parente, se egli non si presentava senza giusta causa veniva dichiarato contumace. Il ricorso in appello era affidato al Signore o a un suo luogotenente. Nel capitolo XXIV si disponeva che il libero uomo non doveva per ratio essere ridotto in schiavitù o in carcere se avesse contratto debiti, poteva cedere dei beni o dilazionare il pagamento in cinque anni. Il carcere era riservato anche a chi era debitore ma deteriorava i propri beni proprio perché era in procinto di scappare, e se veniva sorpreso in fuga, il creditore poteva catturarlo immediatamente e condurlo davanti il Capitano.

Il diritto civile

I minori vengono tutelati ampiamente, se orfani sono assegnati a un tutore che esercita patria potestà. Diversa e discriminatoria era la condizione della donna all’epoca. Le donne non potevano ricoprire uffici pubblici, non intervenivano negli affari pubblici e privati, nella stipulazione dei contratti le donne erano considerate come defraudate per la fragilità e imbecillità del loro sesso. Quindi erano costrette a stipulare contratti con il consenso del marito, o in mancanza di questo, dei parenti. Per quanto riguarda invece le antiche servitù, diritti sui terreni, era vietato costruire su detti terreni oppure fare modifiche alle costruzioni. Il diritto di congruo invece privilegiava i parenti, vicini o condomini nell’alienazione di beni immobili, se un bene era in vendita doveva prima essere offerto ai suddetti, se sorgevano controversie sul prezzo, allora il Capitano stabiliva il prezzo consultandosi con due boni et gravi cittadini.

Il diritto processuale penale

Tratta le cause criminali, è il libro più esteso perché tratta tutte le casistiche di reato e le relative pene. Si può dire che la giustizia era molto radicale e dura. Il Capitano doveva procedere per inquisizione, per accusa, per denuncia o per querela. Il giudice faceva citare l’accusato personalmente, se egli entro il terzo giorno non compariva, allora gli veniva comminato il bando con la pena in cui sarebbe incorso, con un termine massimo di cinque giorni, dopo questo passaggio se l’imputato ancora non si presentava allora veniva considerato confesso e veniva condannato. Se la pena era corporale il colpevole veniva arrestato, se la pena era pecuniaria, era rilasciato e doveva pagare entro un certo termine, altrimenti la pena era commutata in corporale. Se l’accusato negava l’addebito aveva un termine di cinque giorni per discolparsi. I processi dovevano essere portati a termine entro sessanta giorni dal loro inizio. Potevano testimoniare sia i minori di 25 anni, sia le donne. Per scoraggiare l’ostinazione a negare la colpa si faceva largo uso di torture, ereditate dai romani e poi riprese dalla Chiesa. I minori di 10 anni non erano imputabili, tra 10 anni e 14 anni si comminava la metà della pena, mentre il maggiore di 14 anni era punito con la pena intera.

Il diritto penale

 Le pene corporali contemplate dallo statuto sono: pena capitale (decapitazione, di solito comminata per omicidi), fustigazione, mentre il carcere aveva il mero scopo detentivo. Molto più sentite erano le pene pecuniarie. Un’aggravante era l’aver commesso il delitto di notte, mentre attenuante era la confessione spontanea. La decapitazione era un monito a scoraggiare la popolazione dal commettere reati, infatti era disposto che sia condannato in pena della testa, et se li levi la testa dalle spalle si che mora affatto. Se l’omicida era latitante veniva bandito dal territorio dell’Illustrissimo Signore. C’erano inoltre pene diverse riguardanti le percosse, a seconda che esse siano state effettuate con armi in ferro, con sassi o bastoni, e se si siano prodotte ferite, cicatrici ecc. C’era una distinzione anche sui reati d’ingiuria: 10 libre per insulti come “traditore, assassino, ladro, puttaniere, cornuto…” e 20 soldi per “bestia, asino, ubriaco…”, venticinque libre invece erano comminate a chi appendeva un paio di corna sulla porta di casa altrui. Particolari sono le pene per i furti, pene pecuniarie e corporali (tre tratti di corda da infliggere pubblicamente), lavori forzati sulle navi triremi per tre anni per i recidivi, e la forca per i plurirecidivi. Molto duramente erano puniti gli incendiari, vera piaga dell’epoca sia per case, capanne ma anche campi coltivati. Per quanto riguarda del ratto ò stupro di Donne, la pena era di 200 libbre, se l’uomo era maggiore di 18 anni e la donna fosse di buona fama, vergine, vedova o sposata. Se la donna era consenziente allora la pena si riduceva della metà, se entrambi erano di stato libero e l’uomo voleva sposare la donna consenziente ma lei si rifiutava, allora l’uomo era esente da pena. Se la donna era di cattiva fama, o fosse una meretrice la pena era ridotta, e veniva punita anche la donna, il concubinaggio era punito con 50 libre. 200 libre era la pena per l’incesto. C’erano delle pene forti per chi avesse rapporti con ebrei, sia per il cristiano che avesse avuto rapporti sessuali con un’ebrea, sia per l’ebreo che si fosse concesso atti di libertà con una cristiana. L’odio per gli ebrei era molto vivo e alimentato, nessuna cristiana debba allattare o in altro modo dar latte a bambini di ebrei sotto la pena di 5 libre, e similmente valga per il contrario. La legge era esposta in bando pubblico periodicamente perché ignorantia legis non excusat.

Norme di carattere particolare e risarcimenti dei danni

Lo statuto fa tre riferimenti alla vita religiosa della città, l’atto di fede a Dio, alla Beata Vergine e ai Santi. Era vietato lavorare nei giorni festivi, che oltre alle domeniche erano: quelle di nostro signore Gesù Cristo (Natale, Pasqua, Ascensione), quelle della Beata Vergine Maria e Santi Apostoli, alcuni santi come S. Lorenzo, S. Martino, S. Michele Arcangelo ecc. La preoccupazione maggiore era rivolta al favorire l’ingresso di beni alimentari “la grascia” verso la città. Duramente puniti erano i frodatori delle gabelle (Il termine gabella, dall'arabo dialettale gabēla, variante di qabāla, passando per il latino medievale gabulum, indicava, nel diritto tributario all'origine in Francia e in Italia, le tasse indirette sugli scambi e sui consumi di merci). Molti erano i controlli relativi all’igiene, la popolazione era tutta raccolta entro la cerchia delle mura urbane, gli uomini vivevano insieme a cavalli, suini, mucche ecc. inoltre si pigiava l’uva, si conciavano le pelli, perdipiù mancava l’acqua corrente, i rifiuti organici (anche umani) erano lasciati in strada, per questo vi erano severe norme per evitare il diffondersi di malattie: non lasciare i porci liberi per la città (tranne in tempo di fiera), non gettare immondizie in pozzi e fontane, non lavare i panni o pelli nel lago comunale, le strade dovevano essere pulite dai proprietari delle terre confinanti, non gettare rifiuti dalle finestre e pulire lo spazio antistante la casa o la bottega.

L’economia era prevalentemente di tipo agricolo, fonte di reddito erano campi, vigneti e boschi, quindi c’erano pene per chi coglieva uva acerba, per chi tagliava rami di alberi atti alla costruzione, e per chi lasciava animali liberi nei campi. Particolare attenzione era posta alla protezione dello Schito, bosco di Ninfa, ogni cittadino poteva mandare due vacche per la riproduzione, c’erano dei controllori dello Schito che vigilavano sui trasgressori.

Da una pergamena di Papa Alessandro VII Chigi, del 13 gennaio 1662[5], si evince che all’epoca, per poter sposare un consanguineo (inteso in questo caso come parente di quarto grado), era necessario richiedere direttamente al pontefice la dispensa papale. Il documento riguarda due cittadini di Cisterna, della diocesi di Velletri: Giuseppe Paladino e Angela Saione. Ella date le sue ristrettezze economiche, non ha potuto trovare nel luogo un uomo non consanguineo o affine, di pari condizione che potesse sposare. Il Papa concede la dispensa, ammonendo i futuri sposi di informarsi presso il vescovo che provvederà a sciogliere le censure ecclesiastiche, dispensandoli dall’impedimento del IV grado di consanguineità, qualora la richiesta sia fondata su verità. Dunque con l’autorità della Sede Apostolica, potranno contrarre matrimonio pubblicamente, secondo la forma del Concilio di Trento, rendendolo solenne davanti alla chiesa e dichiarando di accogliere i figli legittimi. Se il vescovo per qualsiasi ragione riceve o esige qualunque retribuzione o premio offerto, in occasione del citato evento, egli sarà scomunicato late sententia.

Altra pergamena risalente al 5 febbraio 1610, firmata da Papa Paolo V Borghese[6], ci illustra come lo Stato della Chiesa intervenisse direttamente anche in materia di eredità. In questo caso contesa tra Giovanni Donizetti (nativo di Cisterna) e i suoi figli Rato e Sandro da una parte, contro alcuni figli di iniquità dall’altra. Oggetto del contendere sono alcuni beni ereditati dai Donizetti e poi sottratti come: stoffe di lana, lino seta, magazzini di vino, olio, grano e altri prodotti della terra, suppellettili di grande valore. Il papa ordina al Vescovo di ammonire il furto e gli occultatori dei beni, e che i beni siano restituiti.

 



[1] Archivio di stato di Roma.

[2] Archivio di stato di Latina.

[3] Archivio di stato di Roma.

[4] Da decarciones capo di regione di epoca bizantina.

[5] Archivio Vescovile di Velletri.

[6] Archivio Vescovile di Velletri.

 
 
 
 
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